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L'università veterinaria lo tiene nella sezione fake news

Redazione cbdlovers 16 min

Abbiamo misurato i primi dieci risultati della ricerca italiana. Uno viene dalla medicina veterinaria dell’Università di Napoli — e l’indirizzo della pagina contiene la cartella /fakenews/.

Non è un giudizio sul lettore che cerca. È il segnale di quanto sia diffusa la confusione fra due cose che non coincidono: la cannabis terapeutica prescritta da un veterinario e una boccetta comprata online.

Questa pagina distingue le due, e mette accanto a ciascuna i numeri che esistono. Perché numeri esistono, e sono più interessanti di quanto le schede prodotto lascino intendere.

La categoria in cui questi prodotti si trovano

Due regolamenti europei decidono tutto quello che vedete sullo scaffale.

Additivi per mangimi

Il regolamento 1831/2003 stabilisce quali sostanze possono essere usate come additivo nei mangimi. Il cannabidiolo non figura nell’elenco di quelle autorizzate.

Materie prime per mangimi

Il seme di canapa e l’olio di semi di canapa sono invece nel catalogo europeo delle materie prime per mangimi. Gli estratti contenenti cannabinoidi no. Stesso confine che vale per l’uomo, con la stessa ragione: il seme non ha ghiandole resinose.

Medicinali veterinari

Il regolamento 2019/6 disciplina i medicinali veterinari. Per rientrarvi serve un’autorizzazione all’immissione in commercio, con dossier e farmacovigilanza. Per il cannabidiolo non esiste.

Che cosa resta, allora

Mangime complementare. È la categoria in cui questi prodotti stanno davvero, e spiega perché sulla confezione non c’è mai scritto a cosa servono: un mangime non può dirlo.

E perché la parola «veterinario» in un annuncio confonde

Perché nomina proprio la categoria in cui il prodotto non è. Non è necessariamente malafede — ma chi legge deduce che qualcuno abbia autorizzato qualcosa. Nessuno lo ha fatto.

Che cosa può fare invece un veterinario

Qui sta la distinzione che la pagina universitaria cerca di stabilire.

La prescrizione in deroga

Quando per una specie e una patologia non esiste un medicinale veterinario autorizzato, il veterinario può, a certe condizioni e sotto la propria responsabilità, prescrivere altro. È una via regolata, con una gerarchia precisa.

Che cosa comporta

Una visita, una diagnosi, una prescrizione, un preparato allestito da una farmacia e un controllo nel tempo. Non è la stessa cosa che ordinare una boccetta.

Perché la differenza conta

Perché tutte le pubblicazioni scientifiche che vedremo fra poco descrivono il primo scenario, e quasi tutte le pagine commerciali le citano per vendere il secondo.

E la legge italiana del 2025

Vale la pena ricordarlo, perché è il contesto in cui questo mercato si muove: l’art. 18 del decreto legge 48/2025, convertito nella legge 80/2025, ha vietato la commercializzazione delle infiorescenze. Gli oli e i cosmetici restano; le infiorescenze no.

Lo studio della Cornell, per intero

È il lavoro più citato della categoria, e vale la pena leggerlo tutto e non solo la conclusione.

Come era costruito

Cani con osteoartrite hanno ricevuto, in disegno randomizzato e controllato con placebo — in cieco sia per il veterinario sia per il proprietario — olio di CBD a 2 mg per chilo di peso ogni dodici ore, oppure placebo. Ogni fase è durata quattro settimane, con due settimane di intervallo.

Che cosa è andato bene

Sui questionari di dolore e attività impiegati si è visto un calo significativo del dolore e un aumento dell’attività (p < 0,01). Anche la valutazione veterinaria ha mostrato meno dolore (p < 0,02).

È un risultato vero, con gruppo di controllo, e più di quanto la maggior parte delle categorie di questo mercato possa esibire.

E quello che nella sintesi breve non c’è

I proprietari non hanno riportato alcun effetto avverso. L’esame del sangue ha però mostrato un aumento della fosfatasi alcalina durante la fase con CBD (p < 0,01).

È la frase più importante di questa pagina. In un uomo l’utilizzatore è anche l’osservatore; in un cane sono due esseri diversi, e l’animale non può dire nulla.

L’emivita

L’emivita di eliminazione è risultata di 4,2 ore a entrambe le quantità studiate. È la ragione per cui nello studio si somministrava due volte al giorno.

Il secondo studio, che conferma il segnale

Disegno indipendente, tre anni dopo.

Venti beagle, ventotto giorni

Venti beagle sani divisi in cinque gruppi da quattro, per 28 giorni, una volta al giorno, con 1, 2, 4 o 12 mg per chilo oppure placebo.

Che cosa è successo

La somministrazione ripetuta è stata ben tollerata, senza alterazioni clinicamente rilevanti. A 12 mg/kg al giorno si sono visti più eventi gastrointestinali — soprattutto salivazione eccessiva — e una fosfatasi alcalina significativamente più alta.

Il numero che spiega la pazienza

L’esposizione complessiva è aumentata di 1,6–3,3 volte con la somministrazione ripetuta, e il livello si è stabilizzato solo dopo due settimane.

Chi dopo due giorni conclude che non funziona sta misurando qualcosa che non è ancora al suo posto.

Che cosa significa e cosa non significa l’enzima

Un aumento della fosfatasi alcalina non è una diagnosi e non significa che ci sia un danno. È un segnale che il fegato sta facendo qualcosa, e nel cane può avere più cause.

Quello che significa: che c’è una ragione per misurarlo, e che senza un prelievo non si vede.

Il conto che rompe la boccetta

Il confronto fra lo studio e lo scaffale.

Quello che lo studio usava

2 mg per chilo, due volte al giorno. Per un cane da 20 chili sono 40 mg a somministrazione, quindi 80 mg al giorno.

Quello che c’è nella boccetta

Un flacone da 10 ml al 5 % contiene in tutto 500 mg. A 80 mg al giorno sono poco più di sei giorni.

Che cosa se ne ricava

Non che si debba dare di più — quella è una decisione del veterinario, non di una pagina web. Ma che la quantità degli studi e la quantità nella boccetta non sono dello stesso ordine di grandezza.

La conversione dei percentuali

2 % fa circa 20 mg/ml, 5 % circa 50 mg/ml, 10 % circa 100 mg/ml. Una goccia è circa 0,05 ml, quindi rispettivamente circa 1, 2,5 e 5 mg per goccia.

Con questi due numeri e il peso del cane chiunque può fare da sé il confronto che nessuna etichetta fa al posto suo.

Dove sta il rischio vero

E non è dove la maggior parte delle persone lo cerca.

Che cosa riportano i veterinari

Un’indagine condotta su 251 veterinari in Canada e negli Stati Uniti ha rilevato che l’intossicazione da cannabis viene segnalata soprattutto nei cani, e che i casi sono aumentati in modo significativo dopo l’ottobre 2018.

I segni riportati

Perdita di controllo urinario, disorientamento, atassia, letargia, ipersensibilità agli stimoli e bradicardia.

La causa più sospettata

I prodotti commestibili. E la circostanza più citata è altrettanto semplice: l’animale li ha mangiati mentre non c’era nessuno.

Che cosa ricavarne

Il pericolo raramente sta nella boccetta pensata per il cane. Sta nel sacchetto di caramelle pensato per l’uomo, lasciato sul tavolino — con THC, con cioccolato, o con xilitolo, che per i cani è particolarmente pericoloso.

Un barattolo di caramelle gommose per adulti, per un cane, è un prodotto completamente diverso.

Che cosa c’è nella boccetta oltre al cannabidiolo

L’etichetta nomina un ingrediente, e la boccetta ne contiene altri.

L’olio vettore

MCT, olio d’oliva o olio di semi di canapa. Buona parte delle feci molli nella prima settimana viene da qui, non dalla molecola.

Gli aromatizzanti

Salmone, pollo, fegato. Utili per l’accettazione, ma con uno stomaco sensibile entrano nel conto di quello che è successo.

Le tracce di THC

Un prodotto a spettro completo le contiene per definizione. Nel cane pesa più che nell’uomo: il peso corporeo è minore e la sensibilità è diversa.

E quello che non deve esserci

Xilitolo, cioccolato, uva, uvetta, noci di macadamia, cipolla e aglio. Non hanno posto in nessun prodotto per cani, ed è il primo controllo che si fa — prima ancora della percentuale.

Lo xilitolo merita una frase a parte, perché nel cane provoca una reazione del tutto diversa da quella umana e diventa pericoloso già in piccole quantità. Sulle etichette compare a volte come E967.

Il gatto non è un cane piccolo

Diversi prodotti si presentano come «per cani e gatti», ed è proprio lì che la cosa scivola.

La differenza epatica

I gatti hanno un profilo enzimatico diverso per la degradazione delle sostanze e sono più sensibili a principi che il cane tollera bene. L’esempio più noto è il paracetamolo, letale per il gatto e non per il cane.

Che cosa comporta qui

Che gli studi di questa pagina riguardano cani e non sono trasferibili tali e quali. Sui gatti la ricerca è sensibilmente meno.

La conseguenza pratica

Una boccetta che dice «cani e gatti» usa una sola scala per due specie che metabolizzano in modo diverso. Se avete un gatto, è la prima domanda per il veterinario.

Il certificato di analisi, per un prodotto animale

Lo stesso documento che si chiede per l’uomo, con una ragione in più.

Il numero di lotto

Da laboratorio indipendente, corrispondente alla boccetta che avete in mano. Un certificato generico di due anni fa dimostra che l’azienda una volta ha fatto analizzare qualcosa.

Il profilo dei cannabinoidi

CBD, CBDA, THC, THCA, CBN e CBG separatamente. In un animale la riga del THC è la più importante delle sei.

I pannelli dei contaminanti

Metalli pesanti, pesticidi, residui di solventi, microbiologia. La canapa è una pianta bioaccumulatrice: estrae i metalli pesanti dal suolo e li trattiene nei tessuti, al punto da essere stata sperimentata per bonificare terreni.

Perché nell’animale pesa di più

Perché il dosaggio va a chilo. La stessa contaminazione per millilitro incide su un cane da cinque chili molto più che su un uomo da ottanta.

Se il vostro cane prende già farmaci

La domanda più utile di questa pagina, e l’unica con una risposta chiusa.

Gli stessi enzimi

Il cannabidiolo inibisce alcuni enzimi epatici che degradano anche molti principi attivi di uso comune. Nel cane rientrano fra questi gli antiepilettici e gli antinfiammatori.

Perché qui pesa di più

Perché il cane con artrosi o con epilessia sta quasi sempre già prendendo qualcosa — ed è esattamente il cane per cui le persone cercano questa pagina.

A chi chiederlo

Al veterinario, che lo verifica in due minuti con l’elenco davanti. Una foto dell’etichetta è più rapida di qualunque descrizione.

Che cosa portare

Il nome del prodotto, i milligrammi per millilitro, l’elenco completo degli ingredienti con l’olio vettore, il peso del cane e tutto il resto che riceve — compresi antiparassitari e spot-on.

Una prova onesta, se volete farla

A casa non si allestisce uno studio controllato. Qualcosa di meglio di un’impressione sì — e nel cane è più facile che nell’uomo.

Annotate prima il punto di partenza

Due settimane, prima di comprare qualsiasi cosa: quante rampe di scale fa in un giorno, quanto tempo impiega ad alzarsi dalla cuccia, quante passeggiate regge. Cose concrete e contabili.

Cambiate una cosa alla volta

Chi comincia insieme con l’olio, un nuovo mangime e una passeggiata più corta, alla fine non saprà nulla di nessuno dei tre.

Dategli più di due settimane

Il livello si stabilizza solo dopo due settimane. Una prova di tre giorni misura soprattutto la vostra aspettativa.

E chiedete un prelievo

È il punto in cui una prova su un cane può essere migliore di una su una persona: in un animale l’esame del sangue è routine e costa poco. Se c’è una cosa da prendere dagli studi, è questa.

Quando smettere

Se dopo sei settimane i conteggi sono uguali a quelli iniziali, quella è una risposta. È costata un mese e mezzo ed è vostra.

Perché una facoltà veterinaria lo mette fra le fake news

Vale la pena fermarsi un momento su quel percorso /fakenews/, perché non è un giudizio sul lettore.

Che cosa cerca di correggere

La confusione fra due oggetti che condividono la parola «cannabis»: il preparato prescritto da un veterinario, con diagnosi e controllo, e una boccetta comprata online senza nessuno dei due.

Perché la confusione è comprensibile

Perché la letteratura scientifica esiste, è seria, ed è pubblica. Chiunque può citarla. La difficoltà non è trovare gli studi: è notare a quale scenario si riferiscono.

Che cosa non dice quella pagina

Non dice che i cannabinoidi non facciano nulla nei cani. Dice un’altra cosa, più precisa: che le affermazioni che circolano non corrispondono a quello che i lavori hanno misurato.

E perché lo riportiamo qui

Perché è il risultato più informativo di tutta la decina, e perché una fonte accademica senza nulla da vendere è rara in questa categoria.

Quando ha senso porsi la domanda

Non tutte le situazioni sono uguali, e la differenza è più grande di quanto le schede prodotto suggeriscano.

Cane anziano con osteoartrite

È la situazione in cui esistono i dati migliori: gruppo di controllo, questionari validati, valutazione veterinaria. Ed è anche la situazione in cui l’animale sta quasi certamente già prendendo qualcosa.

Cane ansioso, botti di Capodanno, viaggi

Qui i dati citabili sono pochissimi. Quello che c’è è aneddotico, e l’aneddoto in un cane è debole quanto nell’uomo — con in più il fatto che chi osserva è chi ha comprato.

Va detto che è proprio questa la promessa che compare in cima ai risultati italiani, con i botti nominati nell’indirizzo della pagina.

Cane epilettico

È la situazione in cui non si decide da soli. L’animale prende quasi certamente un antiepilettico, e il cannabidiolo interessa proprio gli enzimi che lo degradano.

Cane sano, per prevenzione

Qui non c’è nulla. In un animale sano, l’unica variazione misurabile che gli studi hanno registrato è stata quella dell’enzima epatico.

Che cosa il cane non può dire

Merita di essere detto a parte, perché è il fondamento di tutta la pagina.

Il pregiudizio dell’osservatore

Chi compra qualcosa per il proprio cane vuole vedere che serva. E il comportamento di un cane oscilla comunque, con la stagione, il tempo e il movimento.

Che cosa il proprietario vede davvero

Andatura, appetito, sonno, umore. Sono osservazioni vere, e nello studio della Cornell sono proprio quelle che sono migliorate, misurate con questionari e con un gruppo di controllo.

Che cosa non vede

Gli enzimi epatici. Negli stessi animali, nello stesso studio.

La conseguenza scomoda

Un cane non può segnalare che l’olio vettore gli dà fastidio, che la sedazione non gli piace, o che semplicemente non lo vuole. Gli argomenti per smettere, in un animale, sono sempre più silenziosi di quelli per continuare.

Come leggere questa pagina

Applichiamo a noi stessi i criteri che chiediamo alle etichette.

Chi l’ha scritta e con quale interesse

Questo sito guadagna quando qualcuno compra prodotti alla canapa. Una pagina che dice che nello studio i proprietari non hanno visto nulla e l’esame del sangue sì lavora contro quell’interesse immediato. È un dato per pesare il testo, non un merito.

Confrontata con che cosa

Ogni affermazione ha un termine di paragone dichiarato: il placebo per gli studi, la dose della Cornell per il conto, il quadro emato-chimico per la sicurezza.

A quale quantità

Diamo dosi di studio, non raccomandazioni. Non è prudenza redazionale: con un dosaggio a chilo, una raccomandazione senza peso e senza veterinario sarebbe priva di senso.

Dove sono le risposte

In fondo, con link diretto: tre pubblicazioni da PubMed, due regolamenti europei e la legge italiana del 2025.

Che cosa può e non può dire l’etichetta

Un po’ di grammatica delle confezioni, che spiega molto davanti allo scaffale.

Perché non c’è scritto a cosa serve

Perché il prodotto è un mangime complementare. Un mangime non può rivendicare uno scopo terapeutico — diventerebbe un medicinale veterinario, e servirebbe un’autorizzazione che non esiste.

Che cosa compare al suo posto

Formule su «supporto», «equilibrio» e «benessere». Non sono sciatteria: sono scelte con attenzione per restare dal lato giusto del confine.

La percentuale

È una concentrazione, non una quantità. Quello che serve sono i milligrammi per millilitro e il peso del cane.

E la riga più importante

L’elenco degli ingredienti. È l’unica parte della confezione che non può girare intorno alla domanda, ed è quella che quasi nessuno legge.

Il mercato italiano visto da vicino

Vale la pena guardare chi occupa questa decina, perché descrive la categoria meglio di qualunque analisi.

Negozi, farmacie online e una facoltà

Petshop, un negozio online per animali, una farmacia con oltre sessanta di autorità di dominio, un paio di marchi di canapa — e, in mezzo, la pagina universitaria.

Il tema che ritorna nei titoli

Il Capodanno. Compare nell’indirizzo del primo risultato e nel titolo di un altro. È la stagione in cui questa ricerca cresce, ed è anche il caso su cui i dati sono più deboli.

Che cosa manca

In nessuna delle pagine misurate compare la dose usata negli studi, e in nessuna compare quello che l’esame del sangue ha mostrato in quegli stessi studi.

E la conclusione operativa

Che chiunque legga questa pagina sa ora due numeri che nella decina italiana non ci sono: 2 mg/kg due volte al giorno e due settimane prima che il livello si stabilizzi.

In sintesi

Il quadro della ricerca

In cani con osteoartrite, 2 mg/kg due volte al giorno: meno dolore e più attività, con gruppo di controllo. E insieme un aumento della fosfatasi alcalina che i proprietari non hanno visto.

La pazienza necessaria

Il livello nel sangue si stabilizza solo dopo due settimane. Due giorni non dicono nulla.

Il conto

Un flacone da 10 ml al 5 % copre poco più di sei giorni alla dose dello studio, per un cane da 20 chili. Non è un invito a dare di più: è una misura della distanza fra studio e scaffale.

Dove sta il rischio

Non nella boccetta per il cane, ma nei prodotti commestibili per l’uomo lasciati a portata. Xilitolo e cioccolato sono un problema più grande e più immediato del cannabidiolo.

E la prima domanda da fare

Il vostro cane prende già farmaci? Se sì, il veterinario è la prima tappa — non per prudenza, ma perché a quella domanda esiste una risposta vera.